"[...] Ma allora, per voi i bambini non sono una risorsa? In Finlandia le aziende considerano ogni figlio di un dipendente un loro figlio, un investimento sul futuro. Da proteggere, coccolare. Ci sono gli asili per tutti, gli orari di lavoro sono pensati in modo da permettere di seguire la famiglia, a nessuno verrebbe mai in mente di ostacolare una mamma o un papà [...]". Questo stralcio di articolo è tratto da Donna Moderna del 16 giugno 2010, pag. 19 ed è scritto dal caporedattore Sabrina Barbieri.
La conversazione riportata risale a quindici anni fa, ma la situazione in Italia non sembra molto cambiata.
Ci rendiamo conto che il discorso è sempre lo stesso, ma proprio per questo è sempre più grave!
Infatti, banalizzare il fatto che manca completamente una rete di sostegno sociale e statale per la donna-lavoratrice-mamma è un atto gravissimo. Inoltre, sempre più spesso, non è possibile ( e neanche è scontato) fare affidamento sui nonni o perché lontani o perché lavorano ancora.
In un momento di crisi come quello che stiamo attraversando, non investire nell'unica vera risorsa per il futuro, cioè nell'infanzia, è un atto criminoso.
lunedì 28 giugno 2010
giovedì 17 giugno 2010
Mio figlio è un prodigio!
"[...] "Tutti i bimbi sognano, ma sono i genitori che li spingono a tramutare i sogni in realtà, e i genitori odierni, appena intravedono qualcosa di speciale nei figli, diventano gli allenatori più inflessibili, con i danni che ciò può comportare", ammonisce Alan Goldbger, psicologo dello sport infantile[...]", da la Repubblica, venerdì 11 giugno 2010, pag. 38.
Perché secondo voi i genitori diventano gli allenatori più inflessibili? Motivi economici? Rivalsa sociale? Quanto inconsciamente agisce il bisogno o il desiderio dell'adulto in questa sovrapposizione di aspirazioni sul bambino?
Perché secondo voi i genitori diventano gli allenatori più inflessibili? Motivi economici? Rivalsa sociale? Quanto inconsciamente agisce il bisogno o il desiderio dell'adulto in questa sovrapposizione di aspirazioni sul bambino?
giovedì 10 giugno 2010
Come stanno le donne oggi?
Ieri nel tardo pomeriggio abbiamo partecipato al convegno organizzato al Teatro Grassi di Milano da Donna Moderna e Centromarca sulla condizione della donna oggi. Monica Fabris, presidente GpF, ha presentato i risultati di una ricerca condotta sul pubblico di Donna Moderna per scoprire i cambiamenti dell'universo femminile negli ultimi anni. Ciò che ci ha colpito maggiormente è il grande scarto tra ciò che la donna vorrebbe ottenere e ciò che effettivamente ha. Il condirettore di Donna Moderna, Cipriana Dall'Orto, ha chiesto se sono le donne a chiedere troppo a se stesse o se è la società che pretende troppo.
E' seguito un interessante dibattito tra la scrittrice Antonella Boralevi e l'attrice Amanda Sandrelli in cui sono emerse due differenti posizioni. La prima poneva l'accento sulla necessità per le donne di allentare le pretese verso se stesse e di concedersi di non essere perfette; la seconda, invece, notava come la società non offra una rete di sostegno efficiente per le donne, in particolare per le donne che lavorano e hanno una famiglia, alimentando così da un lato il senso di solitudine e, dall'altro, il senso di colpa per una gestione compressa dei tempi da dedicare alla famiglia e a se stesse.
E voi, donne, come state? E gli uomini?
E' seguito un interessante dibattito tra la scrittrice Antonella Boralevi e l'attrice Amanda Sandrelli in cui sono emerse due differenti posizioni. La prima poneva l'accento sulla necessità per le donne di allentare le pretese verso se stesse e di concedersi di non essere perfette; la seconda, invece, notava come la società non offra una rete di sostegno efficiente per le donne, in particolare per le donne che lavorano e hanno una famiglia, alimentando così da un lato il senso di solitudine e, dall'altro, il senso di colpa per una gestione compressa dei tempi da dedicare alla famiglia e a se stesse.
E voi, donne, come state? E gli uomini?
martedì 8 giugno 2010
L'invasione della cellulite
C'è una pubblicità che dichiara con tono perentorio e assertivo: "La cellulite è una malattia".
Se così è, siamo in presenza di una pandemia e noi stiamo per morirne!
Come noi, peraltro, un congruo numero di donne e, probabilmente, anche qualche uomo...
Ciò posto, cosa non ci piace di questo messaggio?
Non ci piace il fatto che un inestetismo necessiti di toni gravi e seri per venderne il presunto rimedio.
Ammesso che la si possa chiamare malattia, ci sembra davvero esagerato e, quanto meno, inappropriato utilizzare un termine così carico di significati importanti e spesso dolorosi, sia a livello fisico sia a livello emotivo e psicologico.
Tutto questo ci appare molto grave, poiché è l'uso strumentale e tendenzioso del linguaggio che contribuisce a strutturare i "pensieri" di una società e a condizionarne i comportamenti. Così in modo sotterraneo e pervasivo si definisce ciò che ha valore e ciò che non ne ha, secondo parametri commerciali che tendono a omogeneizzare piuttosto che a differenziare.
Se poi davvero la cellulite fa parte di un quadro clinico importante, riteniamo che ci voglia ben più di una crema per curarla!
Se così è, siamo in presenza di una pandemia e noi stiamo per morirne!
Come noi, peraltro, un congruo numero di donne e, probabilmente, anche qualche uomo...
Ciò posto, cosa non ci piace di questo messaggio?
Non ci piace il fatto che un inestetismo necessiti di toni gravi e seri per venderne il presunto rimedio.
Ammesso che la si possa chiamare malattia, ci sembra davvero esagerato e, quanto meno, inappropriato utilizzare un termine così carico di significati importanti e spesso dolorosi, sia a livello fisico sia a livello emotivo e psicologico.
Tutto questo ci appare molto grave, poiché è l'uso strumentale e tendenzioso del linguaggio che contribuisce a strutturare i "pensieri" di una società e a condizionarne i comportamenti. Così in modo sotterraneo e pervasivo si definisce ciò che ha valore e ciò che non ne ha, secondo parametri commerciali che tendono a omogeneizzare piuttosto che a differenziare.
Se poi davvero la cellulite fa parte di un quadro clinico importante, riteniamo che ci voglia ben più di una crema per curarla!
giovedì 3 giugno 2010
De: deficit erettile
"[...] a curare il deficit erettile o il proprio disagio sessuale è solo il 22% [...]; 2 milioni e 700 mila rimarrebbero in attesa, con la speranza che un giorno il problema si risolva da solo. E intanto fanno passare in media due anni prima di chiedere una visita [...]". Da la Repubblica, 1 giugno, pag. 32.
Perché? Perché, secondo voi, tanta reticenza sull'argomento? La coppia non dovrebbe essere il luogo della condivisione, dell'accoglienza e della comprensione? L'impotenza maschile paga il fatto di rimandare subito a una dimensione simbolica: ciò che immediatamente viene messo in discussione è la virilità, la potenza, l'idea del sesso forte. I modelli stessi diffusi impongono una cultura della performance che però inficia la comunicazione sull'argomento, riducendola a tabù. Ci troviamo a dover rispondere sempre di più a uno standard di desiderabilità sociale più che a un ascolto profondo dei nostri reali desideri.
Quanti altri esempi si possono fare?
Perché? Perché, secondo voi, tanta reticenza sull'argomento? La coppia non dovrebbe essere il luogo della condivisione, dell'accoglienza e della comprensione? L'impotenza maschile paga il fatto di rimandare subito a una dimensione simbolica: ciò che immediatamente viene messo in discussione è la virilità, la potenza, l'idea del sesso forte. I modelli stessi diffusi impongono una cultura della performance che però inficia la comunicazione sull'argomento, riducendola a tabù. Ci troviamo a dover rispondere sempre di più a uno standard di desiderabilità sociale più che a un ascolto profondo dei nostri reali desideri.
Quanti altri esempi si possono fare?
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